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23-11-2005 - La crisi di fiducia nei confronti delle banche

I commenti e le note lasciate dai partecipanti al nostro sondaggio (si veda la sezione "sondaggi"), così come molte altre e-mail che ci giungono da imprenditori e manager, segnalano inequivocabilmente come tante imprese vivano con particolare malessere il rapporto con le banche.
Riteniamo anche che i molti timori sugli effetti di Basilea 2 dipendano semplicemente dal fatto che molte imprese non si aspettano nulla di buono dal mondo bancario. Ci chiediamo come mai le banche, che si sono sviluppate sulla base della fiducia e che su tale rapporto di fiducia hanno costruito il proprio successo, oggi non appaiano credibili ai loro interlocutori.
Crediamo che alla base di ciò ci sia il rinnovamento della cultura manageriale che ha caratterizzato negli ultimi anni lo sviluppo delle banche.

Si tratta di un tema rilevante che è opportuno approfondire.
La struttura del sistema finanziario italiano è fortemente mutata negli ultimi quindici anni dopo decenni di stabilità. La rivoluzione ha avuto inizio con le privatizzazioni. Dal 1992 ad oggi la quota delle attività riferibili a istituti di proprietà pubblica è passata dal 70 al 9 per cento.
Negli ultimi dieci anni il numero di banche operative è sceso da 970 a 778 (dato al 31.12.2004), il numero delle operazioni di aggregazione supera le 450, mentre hanno avviato l'esercizio dell'attività bancaria 231 nuovi intermediari. La quota di mercato dei primi cinque gruppi era del 51 per cento, in linea con gli altri paesi dell'area euro, mentre era del 33 per cento dieci anni prima.
Dopo l'intensa fase di aggregazioni che ha caratterizzato l'evoluzione del sistema bancario italiano nella seconda metà degli anni novanta, negli ultimi anni abbiamo assistito soprattutto alla riorganizzazione interna dei grandi gruppi, con l'integrazione dei sistemi informativi e delle procedure operative, la razionalizzazione dei canali commerciali, degli sportelli, delle reti di promotori. Le riorganizzazioni hanno portato ad una riduzione del numero dei dipendenti attraverso il prepensionamento.
Alla fine del 2004 il sistema finanziario italiano era costituito da 778 banche, e da altri 653 intermediari vigilati (tra cui 115 SIM e 162 SGR), nonché da Bancoposta e dalla Cassa Depositi e Prestiti. I gruppi bancari erano 83 (uno in più dell'anno precedente) e includevano 227 banche italiane e 337 intermediari vigilati.
Nel 2004 il credito è cresciuto in misura sostenuta (6 per cento), superiore a quello del prodotto interno lordo. I prestiti alle imprese hanno registrato un rallentamento, quelli alle famiglie un'accelerazione. Il tasso di crescita dei prestiti alle imprese è infatti passato dal 6,5 al 3,8 per cento, mentre quello dei prestiti alle famiglie è passato dal 11,1 al 15,8. Il margine di interesse è cresciuto dello 0,9 per cento.

IMPIEGHI ALLE IMPRESE PER CLASSI DI AFFIDAMENTO
(dati di fine periodo in milioni di euro e valori percentuali)

Classi di affidamento

Consistenze

Tassi di crescita

Quote di composizione

2004

2003

2004

2003

2004

inferiore a 5 milioni di euro

284.305

7,0

5,3

43,7

44,5

5-25 milioni di euro

128.554

10,0

7,7

19,3

20,1

superiore a 25 milioni di euro

226.358

4,4

-1,0

37,0

35,4

Totale

639.217

6,6

3,4

100,0

100,0

Fonte: Relazione del Governatore della Banca d'Italia - 2005

La tabella evidenzia un rallentamento dei prestiti nei confronti di tutte le classi dimensionali d'impresa; il rallentamento è stato minimo per i prestiti verso le imprese più piccole (da rilevare in questo settore il dinamismo delle banche di credito cooperativo), quelle con fatturato inferiore ai 5 milioni di euro, mentre è stato massimo per le imprese di maggiori dimensioni. Di particolare interesse la classificazione degli impieghi per livello di rischio.

IMPIEGHI ALLE IMPRESE: CLASSIFICAZIONE PER LIVELLI DI RISCHIO
(dati di fine periodo in milioni di euro e valori percentuali)

Classi di rischio

2003

2004

2003-2004

Impieghi

Quota sugli impieghi

Impieghi

Quota sugli impieghi

Variazione impieghi

da 0,00 a 0,15

169.744

33,4

171.331

33,0

0,9

da 0,15 a 0,45

133.390

26,3

136.072

26,2

2

da 0,45 a 0,70

41.500

8,2

46.244

8,9

11,4

da 0,70 a 1,00

44.555

8,8

41.843

8,1

6,1

da 1,00 a 2,00

45.344

8,8

48.214

9,2

6,3

da 2,00 a 4,00

33.613

6,6

35.741

6,9

6,3

da 4,00 a 8,00

26.186

5,2

26.946

5,2

2,9

da 8,00 a 16,00

11.971

2,4

11.629

2,2

-2,9

oltre 16,00

1.519

0,3

1.390

0,3

-8,5

Totale

507.822

100,0

519.410

100,0

2,3

Fonte: Relazione del Governatore della Banca d'Italia - 2005

La tabella, che si riferisce ai dati di un campione di 450.000 imprese pari all'88% del credito bancario a società non finanziarie, evidenzia la continuazione di un trend consolidato che vede una riduzione degli impieghi verso le imprese delle classi più rischiose, ciò che conferma la sempre maggior attenzione posta dalle banche nella selezione della clientela. Alle imprese delle ultime tre classi, nelle righe evidenziate in azzurro, con rischiosità superiore al 4 per cento (cui corrisponde un rating approssimativo da B+ a C), viene accordato oggi un credito complessivo pari al 7,7 per cento del totale degli impieghi bancari, mentre a queste classi di rischio appartengono un numero percentualmente molto più elevato di imprese.

Il rilevante processo di trasformazione del sistema bancario in precedenza delineato (privatizzazioni, aggregazioni, riorganizzazioni), è avvenuto contestualmente a profondi mutamenti operativi ed organizzativi, si pensi al ruolo assunto dall'informatica, alla dematerializzazione dei titoli, all'avvento di internet con i fenomeni del banking on line e del trading on line. Anche il ruolo della banca si è profondamente ampliato e diversificato negli anni. Il tradizionale ruolo di intermediario finanziario che raccoglie le risorse dalle famiglie e lo impiega presso le imprese si è ridimensionato di fronte al ruolo più attivo dei risparmiatori nella gestione delle proprie disponibilità, alla ricerca di maggiori remunerazioni. Le banche hanno assecondato i risparmiatori nella ricerca di valori mobiliari di maggior rendimento estendendo la loro attività al collocamento ed alla negoziazione di titoli.
Gli scandali finanziari di questi ultimi anni hanno evidenziato in primo luogo la necessità di un controllo più efficace dei conti delle imprese che si rivolgono al mercato per le proprie esigenze di investimento: i conti delle imprese coinvolte nelle maggiori crisi sono risultati falsi e inattendibili. In secondo luogo hanno dimostrato l'inadeguatezza dell'attuale normativa sul conflitto di interessi e sull'obbligo di informazione sui rischi sottesi dai valori mobiliari negoziati.
Il nuovo ruolo delle banche è infatti portatore di numerosi e potenzialmente divergenti interessi: la banca finanzia le imprese, presta consulenza per l'emissione dei titoli delle imprese, colloca acquista vende e negozia tali titoli, e il risparmiatore si affida alla consulenza della banca per l'acquisto di titoli. E' evidente il ruolo di potenziale conflitto tra interessi diversi assunto dalle banche.

Ma la profonda evoluzione del sistema bancario evidenzia anche un secondo ordine di problemi. Quando molte imprese paventano l'entrata in vigore di Basilea 2, molto spesso proiettano sul futuro le difficoltà che già oggi incontrano nell'accesso al credito.
Tali difficoltà derivano direttamente dai fatti sopra esposti: le concentrazioni bancarie e la maggior selezione della clientela. Le imprese che erano affidate da più banche che poi si sono aggregate spesso hanno visto ridursi, o non ampliarsi come desiderato, gli affidamenti in essere. Le stesse aggregazioni e gli altri processi di razionalizzazione degli istituti di credito, quali il prepensionamento, hanno portato ad un forte turn over dei responsabili dei vari sportelli. Anche quando ciò non ha portato ad una spersonalizzazione dei rapporti ha comunque creato consistenti problemi di continuità del dialogo. Molto di frequente promesse e accordi verbali intercorsi tra l'imprenditore ed il suo precedente interlocutore bancario sono stati disattesi dai nuovi responsabili. Allo stesso modo rapporti logori sono stati cancellati senza troppe esitazioni: rapporti che magari andavano avanti da anni, anche se faticosamente e disordinatamente, rapporti si badi bene marginalissimi per la banca ma spesso fondamentali per l'impresa.
Il risultato, per la banca, è stato quel miglioramento del quadro di rischio sintetizzato nella tabella sopra esposta "Impieghi alle imprese: classificazione per livelli di rischio" ed un miglioramento della redditività (nel 2004 il ROE [redditività dei mezzi propri] dei maggiori gruppi bancari è salito dal 9,2 al 12,5 per cento).
Per le imprese questi eventi sono stati spesso traumatici e sono fonte di preoccupazione per il futuro. Per meglio esporre il concetto e dare voce alla preoccupazione di tanti imprenditori vorrei utilizzare le parole straordinariamente eloquenti del professor F.Cesarini (da "Orientamenti morali dell'operare nel credito e nella finanza") che cita tre fenomeni che hanno accompagnato i processi di privatizzazione e di concentrazione sopra esposti:
"1. la sostanziale scomparsa - con la sola rilevante eccezione delle banche di credito cooperativo - delle tradizionali categorie di banche, ciascuna delle quali era portatrice di una visione ispiratrice e di tradizioni operative specifiche che oggi rischiano di essere eccessivamente stemperate nelle nuove aggregazioni; si pensi, per fare un solo esempio, alle casse di risparmio e alla loro precipua funzione di tutela del piccolo risparmio;
2. un forte ricambio generazionale - secondo un'indagine di Banca d'Italia tra il 1997 e il 2002 si sono verificati ben 28.000 esodi anticipati di personale - che ha certo promosso un ringiovanimento dei quadri, ma ha dato luogo anche a mutamenti nella cultura aziendale e nello stile di approccio alla clientela;
3. una polarizzazione del sistema per effetto della quale si sono ridotti il numero e il peso delle banche locali e si sono quindi allontanati i centri decisionali dalle aree in cui opera la clientela delle banche con il conseguente affievolimento della prossimità al territorio e della capacità di coglierne tempestivamente le attese, i problemi e le potenzialità di sviluppo; sotto questo profilo la situazione in Lombardia appare ancora equilibrata, dato il fitto tessuto di banche locali, mentre nel Mezzogiorno, come è noto, tutte le grandi banche sono confluite in gruppi più vasti e hanno visto spostare altrove i rispettivi centri decisionali."
Quindi conclude: "come per gran parte del sistema economico, anche nelle banche si è andata affermando un'impostazione della gestione e della organizzazione interna che è strettamente imperniata sulla razionalità delle scelte economiche, sulla massimizzazione del valore per gli azionisti e su strutture retributive dei quadri direttivi basate sui risultati economici raggiunti. Tale impostazione tende in un certo modo a sostituirsi alle finalità alle quali ciascuna banca storicamente ispirava i suoi comportamenti.
Non intendo ovviamente negare l'importanza di tale svolta, anche e soprattutto per la sua capacità di costruire una sorta di nuovo modello di riferimento per la gestione, il governo e lo sviluppo di gruppi bancari vasti, complessi e ancora disomogenei. Ma vorrei sottolineare che dalle banche tale modello non può e non deve essere applicato, a mio avviso, in modo radicale ed estremo e soprattutto non deve essere applicato in quell'ottica di breve periodo che la quotazione di borsa e la prospettiva di soddisfare le attese di analisti e investitori sembrano voler imporre alla generalità delle imprese. Proprio perché il ruolo delle banche si è dimostrato cruciale per la formazione e la tutela del risparmio e per le decisioni finanziarie delle famiglie, da un lato, e per la valutazione e il sostegno delle scelte di investimento delle imprese, dall'altro, occorre che le relazioni con la clientela siano sempre improntate alla continuità ed alla reciproca costante fiducia ed escludano quindi comportamenti opportunistici tesi a sfruttare sia il potere di mercato di cui dispongono sia le occasioni di profitto offerte dalle non infrequenti situazioni di conflitto di interesse.
In altri termini - ma questa affermazione non vale solo per le banche - le ragioni dell'etica vanno sempre anteposte a quelle del conseguimento degli obiettivi di budget e di return on equity attraenti per gli investitori. Ed inoltre tale convincimento sulle priorità da perseguire deve accomunare tutta la banca, dal top management ai collaboratori che operano a diretto contatto con i clienti.
"
Per approfondimenti: citazione tratta da "ORIENTAMENTI MORALI DELL'OPERARE NEL CREDITO E NELLA FINANZA" G.Vigorelli - F.Cesarini - D.Tettamanzi - dicembre 2003, collana "Quaderni Rossi", n° 207, Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa. www.assbb.it

 


pagina a cura dell'Osservatorio Permanente Basilea 2


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